Magie del raku, meraviglie d’argento.

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I CERCHI DELLE FATE

Non c’è che dire i lavori creati da Maria Bruna Festa (la mia adorata sorellina) e Lela e Michele  sono meravigliosi! Ed insieme creano, nello spazio ipogeo del laboratorio Materia, una magia che solo manufatti creati con passione riescono a trasmettere ad un visitatore attento.

Scrivo questo post per approfondire i temi di base di questa mostra:

Maria Bruna Festa risponde alla domanda:

Cos’è la ceramica Raku?

Raku: è una  tecncerchifate-0082ica di origine giapponese, nasce in sintonia con lo spirito zen che esalta l’armonia presente nelle piccole cose e la bellezza nella semplicità e naturalezza delle forme. L’origine del raku è legata alla cerimonia del tè: un rito, realizzato con oggetti poveri tra i quali il più importante era la tazza, che gli ospiti si passavano l’un l’altro. Le sue dimensioni erano tali da poter essere contenuta nel palmo della mano. Il termine giapponese Raku significa  letteralmente comodo, rilassato, piacevole, gioia di vivere, deriva dal sobborgo di Kyōto da cui veniva estratta l’argilla nel sedicesimo secolo.

L’approccio tutto nuovo – almeno in occidente – della tecnica Raku ha capovolto il modo    tradizionale di fare ceramica.

Generalmente quando si realizza un’opera e si e provveduto a tutte le operazioni necessarie al suo completamento con la messa in forno, la fese operativa è conclusa. Invece il modo di operare Raku coinvolge l’attenzione creativa in un processo che si svolge in una serie di fasi caratterizzata da interventi immediati, anche successivi all’estrazione dei pezzi dal forno.

La tecnica raku è stata introdotta recentemente nel mondo occidentale.L’effetto decorativo, con riflessi metallici e craquellé, la singolarità del processo, dove l’oggetto è estratto incandescente dal forno, ne fanno una tecnica decisamente emozionante, che stravolge il metodo ceramico classico.Durante il processo Raku il pezzo subisce un forte shock termico; è quindi necessario utilizzare un’argilla robusta e refrattaria. Questo tipo di terra ha al suo interno della chamotte (granelli di sabbia) che diminuiscono il grado di contrazione, evitando così la probabilità di frattura.Il pezzo in argilla refrattaria bianca dopo esser stato modellato viene cotto una prima volta tra 950°-1000°C; dopodichè avviene la decorazione.

Nella tecnica Raku vengono utilizzati gli ossidi o gli smalti, quindi per avere un verde, ad esempio, non si utilizza il pigmento dello stesso colore ma l’ossido di Rame. La cottura Raku, seconda cottura, avviene in un apposito forno dove la temperatura sale a 950°C-1000°C. Quando il colore diventa lucido e il pezzo è incandescente si procede all’estrazione.

Il forno viene aperto e l’oggetto viene preso attraverso apposite pinze e viene immediatamente depositato in un contenitore di metallo pieno di materiale combustibile (fogli di giornale, trucioli, segatura ecc.) che oltre a bruciare soffoca anche il pezzo, provocando una grossa riduzione. L’oggetto viene poi estratto nuovamente dal contenitore e immerso nell’acqua, dopodiché viene pulito per eliminare i segni della combustione e per far emergere i metalli in tu

tta la loro iridescenza e brillantezza. Il processo di riduzione può essere parziale o totale.

L’elemento che denota il tipo di riduzione ottenuto è il colore dell’argilla non smaltata: è nera con la riduzione totale e si schiarisce nei toni di grigio a contatto con l’ossigeno. La riduzione totale si ottiene chiudendo completamente il contenitore, in modo che non entri aria.

L’anima del Raku è la gioia di sperimentare e l’istintività; ogni oggetto è unico, particolare, perché frutto di emozioni.

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Lela risponde alla domanda:

Perché i cerchi e perché le fate?….

Nelle precedenti circostanze si parlava, in un modo o nell’altro, delle trasformazioni nel mondo naturale (gli aspetti e le proporzioni del visibile, le grandezze e i parametri con cui ci si mette a confronto), mettendo in discussione una certa concezione della vita basata sull’opposizione dualistica dei mondi piuttosto che sulla armonizzazione delle differenze.

Trasformare un locale ipogeo in una piccola galleria d’arte ha il senso di scavare nel nostro lavoro, fare tracciati e storie su come i segni si ordinano e si configurano nelle nostre composizioni, e questa ricerca ci avvicina a tutti quelli che si interessano ai meccanismi e alle modalità di espressione della persona.

In questa occasione, in una specie di rito magico o rito di passaggio, la presenza del cerchio come simbolo di rigenerazione, funziona da segno catalizzatore per il raccoglimento e l’armonia delle forze: indica l’arrivo delle fate, che siamo noi, tutti coloro che si sentono parte, e sono le nostre azioni nutrite dal senso profondo della vita, da un’anima magica, dal fuoco dell’idea condivisa e dello scambio.

E’ con curiosità che con Maria Bruna ci siamo messe a giocare intorno al tema del cerchio, che ci sembrava componesse per un attimo le tante spinte caotiche da cui siamo continuamente sollecitate nella nostra pratica di artigiane. Ispirati da un’immagine che viene dai racconti di fate e rievoca il nostro patrimonio ancestrale, abbiamo costruito un percorso passo dopo passo, seguendo con stupore infantile il compiersi dell’idea attraverso i nostri percorsi separati, rendendo concreto e attuale nel confronto tra noi il tema astratto da cui si era partiti, così da rendere vivo il gioco del cerchio, dello stare insieme pur essendo persone e mondi separati.

Nasce così questo nuovo allestimento, nel segno dell’incontro: tra materiali e linguaggi diversi, ma soprattutto tra le persone che quei linguaggi e quei materiali usano, tra arte e artigianato, per continuare l’opera antica di trasformazione della materia in forme che parlano al nostro presente.

Si chiamano “cerchi delle fate” quelle formazioni fungine circolari e secolari, in cui i funghi, per una loro strana ragione naturale, si dispongono in questa forma particolare perché le loro radici si attraggono e si collegano tutte in un punto centrale. Secondo una credenza di origine celtica, dentro questi cerchi le fate vengono a fare le loro danze per la luna, e danzano per un a notte intera del loro tempo, che corrisponde a sette anni del tempo umano. Questi cerchi esercitano infatti una certa attrazione sugli uomini che, se vi entrassero ne rimarrebbero prigionieri appunto per sette anni. Indicano un pericolo, ma simboleggiano anche la ciclicità dei passaggi nella nostra vita .

I “cerchi delle fate” sono la metafora di un incantesimo che ci vede in bilico tra realtà e immaginazione, noi che facciamo pratica d’arte come qualunque utopista e sognatore, sono l’inganno e la cura al tempo stesso, l’occasione per trovarsi, toccare il proprio centro, ma anche incontrare l’altro, mettere in comune l’esperienza…

Potremmo essere come quei piccoli funghi, collegati tra loro da robuste radici, e ballare alla luna insieme alle fate che abbiamo qui convocato: la fata amazzone dalle Ande, la fata siberiana, la fata persiana, la fata d’Oriente, la fata irlandese, la fata delle strade dei sogni, la fata africana e quella dei Balcani.

Lela- Laboratorio Materia

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